Fabien Lévy. La monarchie et la commune : Les relations entre Gênes et la France, 1396-1512. Rome: Ecole francaise de Rome, 2014. 514 pp. EUR 42.00 (paper), ISBN 978-2-7283-1032-6.
Reviewed by Antonio Musarra (Harvard University Center for Italian Renaissance Studies - Villa I Tatti)
Published on H-Italy (December, 2016)
Commissioned by Matt Vester (West Virginia University)
Il Quattrocento è, per Genova, un secolo di profondi mutamenti, segnato da una persistente instabilità politica, sfociata nel continuo ricorso all’elemento esterno – prevalentemente (ma non solo) attraverso lo strumento della dedizione –, intervallato da frequenti ritorni al dogato, tendenti talvolta al principato. Lacerata dalle lotte di fazione, economicamente indebolita dal continuo ricorso a prestiti e imposizioni straordinarie per far fronte alle spese militari, Genova si dà spontaneamente ora alla Francia, ora a Milano, salvo tornare ad autogovernarsi quando ne avverte l’ingombro; ad esempio, in corrispondenza delle grandi sfide mediterranee, principalmente con la corona d’Aragona, intesa ad affermare la propria supremazia sulle rotte del Mediterraneo occidentale. E’ questa situazione a fare da cornice alle ripetute dedizioni alla monarchia francese, le quali sono al centro dell’opera di Fabien Lévy, rielaborazione di una tesi di dottorato, diretta da Jacques Verger, discussa presso l’Université Paris IV-Sorbonne nel 2009. Il volume, suddiviso in tre parti, dedicate all’analisi evenemenziale, allo studio delle istituzioni, della politica e della simbolica del potere e allo sviluppo degli ideali civici (I: Au service de la France; II. Gouverner la cité; III. Idéal civique), si concentra sulle tre dominazioni operate dalla corona sulla città: tra il 1396 e il 1409, tra il 1458 e il 1461 e tra il 1499 e il 1512, focalizzando l’attenzione sull’incontro tra due modelli politici, sociali e culturali differenti, decisamente opposti, e sull’evoluzione di tale incontro nel corso del tempo.
A differenza di altre realtà della penisola, nel Quattrocento, la struttura politica genovese presenta elementi peculiari, fortemente ancorati al passato trecentesco, incentrati sulla figura dogale, sull’obbedienza di quest’ultimo alle Regulae impostegli, su modelli sociali tendenti a bilanciare il rapporto tra nobili e popolari, sulla capacità delle famiglie nobili, escluse (apparentemente) dalle leve del potere, di ritagliarsi domini personali nel contado e lungo lo spartiacque appenninico: elementi questi, che rendono difficoltoso operare uno stretto controllo sul territorio, anche se – va detto – il comune esercitava, comunque, la propria autorità sui principali percorsi viari che conducevano verso la pianura padana. L’autore mostra come l’irrompere del nuovo corso nella politica locale abbia impresso alla città una sorta d’accelerazione, che avrebbe visto prevalere, anche se temporaneamente, l’ideale monarchico su quello più genuinamente dogale-repubblicano: sia in campo diplomatico, sia nel campo più strettamente legato all’amministrazione; ideale, tuttavia, naufragato del tutto di fronte alle reali necessità dei dominati, che avranno modo d’esprimersi pienamente nel 1528, quando Genova deciderà di voltare le spalle alla Francia, abbracciando la corona spagnola. Al contempo, l’autore mostra come l’assunzione di diritti sulla città e sul suo porto abbia influito sulla stessa evoluzione della politica del regno francese nei confronti dei poteri italici (in particolare nei confronti di Milano e di Napoli), europei e mediterranei; e ciò, nonostante si registri un utilizzo, in fin dei conti, scarso (o, comunque, fine a sé stesso: è il caso, ad esempio, delle velleità crociate del governatorato di Jean Le Meingre, sire de Boucicaut; velleità che ritroveremo nel corso della terza dedizione nei confronti della lotta anti-turca) – delle possibilità offerte dalla flotta genovese.
Lévy ripercorre lucidamente questa storia, facendo uso di fonti d’archivio (si segnala, in particolare, l’utilizzo di fonti francesi poco note ai cultori della materia) e di un’ampia bibliografia, benché maggiormente esaustiva per la seconda parte del secolo. Nonostante ciò, l’opera rappresenta, comunque, una sintesi eccellente. Va detto, tuttavia, ch’essa avrebbe potuto esser ancora più completa qualora avesse contenuto, altresì, un’analisi del rapporto tra la dominazione francese e il territorio regionale – analisi limitata alla sola Savona –, da un lato, e gli insediamenti mediterranei (a partire dalla Corsica) e pontici, dall’altro, cui è fatto soltanto qualche cenno. Allo stesso modo, sarebbe stata auspicabile un’analisi ulteriore dei rapporti tra i governatorati francesi e il Banco di San Giorgio, limitata alla sua fondazione da parte del Boucicaut. Benché l’autore ne chiarisca espressamente le ragioni, dovute alla presunta estraneità della monarchia rispetto all’ambito commerciale, l’esclusione di quest’ultimo aspetto dalla trattazione si avverte pesantemente. Eppure, fu proprio tale aspetto a collocarsi alla base della crisi delle dedizioni stesse, incapaci di tutelare gli interessi del ceto dirigente genovese.
D’altronde, altri elementi lo interessano, e, in particolare, i risvolti più marcatamente legalistici e giuridici del rapporto tra Genova e la Francia, strettamente connessi alla messa in atto d’uno stretto controllo sociale e all’elaborazione d’una coscienza civica, introdotta dai governatori francesi. Assai convincente, inoltre, è l’analisi della terza dedizione, là dove l’autore pone l’accento sull’autoritarismo crescente di Luigi XII, teso a considerare Genova essenzialmente “una città francese”; posizione in netto contrasto con quella del ceto dirigente locale, per cui la dedizione era adottata essenzialmente come “tutela” nei confronti della grande politica del tempo, non meno che delle divisioni interne. Nello scontro tra queste concezioni, che ha il suo culmine dopo la rivolta delle “cappette” del 1506, allorché, il sovrano procederà all’esecuzione dei responsabili e alla privazione delle consuetudini (in cambio d’un privilegio con annesso perdono reale), affiora pienamente tutta la contraddittorietà della dominazione francese sulla città, incapace di comprendere le reali necessità locali. E vede bene Lévy là dove afferma che furono proprio tali contraddizioni, capaci di mettere in luce tutta la debolezza del sistema genovese, a preparare il terreno alla svolta del 1528. Il volume, dunque, costituisce un tentativo – senza dubbio, riuscito per gli aspetti più marcatamente politico-ideologici, nonostante le carenze evidenziate – di risistemazione dell’intera materia: una lettura proficua, la quale – mi auguro – sarà presto completata dall’analisi dell’ulteriore dedizione a Luigi XII del 1513, così come della doppia dedizione a Francesco I tra il 1515 e il 1522 e tra il 1527 e il 1528, che consentirà di penetrare ancora meglio le ragioni della svolta doriana.
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Citation:
Antonio Musarra. Review of Lévy, Fabien, La monarchie et la commune : Les relations entre Gênes et la France, 1396-1512.
H-Italy, H-Net Reviews.
December, 2016.
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