Michael Phayer. Pius XII, the Holocaust and the Cold War. Bloomington and Indianapolis: Indiana University Press, 2008. xvi + 333 pp. $29.95 (cloth), ISBN 978-0-253-34930-9.
Reviewed by Andrea Mariuzzo (Classe di lettere e filosofia, Scuola Normale Superiore, Pisa)
Published on H-Italy (June, 2008)
L'anticomunismo vaticano tra guerra mondiale e guerra fredda
Nell'ambito del grande sviluppo che in tutto il mondo hanno conosciuto gli studi sull'antisemitismo nel XX secolo e sul genocidio degli Ebrei negli anni della Seconda guerra mondiale, un capitolo particolarmente importante è costituito dalla curiosità sempre maggiore con cui si guarda all'atteggiamento tenuto di fronte a tali eventi dalla Chiesa cattolica.
Fin dagli anni Sessanta avevano iniziato a prendere piede critiche aspre sull'atteggiamento di papa Pio XII nei confronti del regime nazista; in seguito, le puntuali e documentate ricostruzioni sul tema compiute nel corso degli anni dallo storico italiano Giovanni Miccoli (I dilemmi e i silenzi di Pio XII: Vaticano, Seconda guerra mondiale e Shoah [2007]), nate dalla consultazione dai principali archivi internazionali, hanno messo pienamente in evidenza da un lato il fatto che i vertici del cattolicesimo fossero a conoscenza della deportazione e dello sterminio di massa di gran parte della popolazione europea di origine ebraica, dall'altro il fatto che mai, nel corso della guerra o immediatamente dopo, si registrò alcuna precisa presa di posizione pontificia per condannare l'Olocausto.
Gli studiosi del mondo anglosassone hanno a volte partecipato al dibattito con riflessioni di lungo periodo sull'atteggiamento ambiguo che la Chiesa aveva mantenuto verso gli Ebrei nell'età contemporanea (ad es. David I. Kertzer, The Popes against the Jews: The Vatican's Role in the Rise of Modern Anti-Semitism [2001]), ma più spesso si sono concentrati sul lavoro di ricostruzione reso possibile a partire dal 1997 dall'accesso a una enorme quantità di nuovi documenti sulla Seconda guerra mondiale presso i National Archives. Il nuovo testo di Michael Phayer costituisce un ottimo esempio di questa seconda tipologia di studio.
L'autore si era già occupato di questo tema alcuni anni prima, con The Catholic Church and the Holocaust, 1930-1965 (2000). La parte più convincente del volume qui recensito è costituita proprio dalla ripresa e dallo sviluppo di alcuni spunti già introdotti nello studio del 2000, alla luce di nuovo materiale documentario conservato nei principali archivi americani per lo studio della politica internazionale e della storia della Chiesa.
In particolare, Phayer si sofferma sulla necessità di prendere in considerazione l'atteggiamento vaticano verso lo sterminio degli Ebrei nel più ampio contesto dell'atteggiamento della Curia di fronte agli altri drammatici episodi di violenza di massa che caratterizzarono la prima metà del XX secolo. Nel giro di pochi decenni, infatti, la Chiesa di Roma dovette confrontarsi con diversi episodi di violenza etnica che vedevano coinvolti i cristiani nel ruolo di vittime o di carnefici: dopo il massacro degli Armeni nella Prima guerra mondiale, e gli episodi di violenza perpetrati dagli europei nell'Africa coloniale, con lo scoppio delle ostilità del 1939 si ebbero casi di violenza etnica nel conflitto tra la popolazione tedesca della Polonia e la maggioranza polacca, nell'occupazione dello "spazio vitale" polacco da parte del Reich, o nell'aggressione delle popolazioni serbe ortodosse parte degli Ustaša croati di Ante Paveli?.
Come nel caso della Shoah, anche di fronte agli altri casi di violenza etnica diffusa papa Pio XII maturò un deciso rifiuto dell'utilizzo di simili metodi, esprimendosi in questo senso soprattutto nel Natale del 1942: in tale occasione, infatti, egli parlò in favore "le centinaia di migliaia di persone che, senza alcuna colpa per parte loro, talvolta solo a causa della loro nazionalità o della loro razza, erano state condannate a morte". Su una simile base, in linea generale, la Curia appoggiò l'intervento diretto delle chiese locali a scopo umanitario. Tuttavia, il papa non si spinse mai a formulare più dirette condanne, contro i nazisti come contro gli Ustaša. L'autore non sottovaluta altre possibili spiegazioni a questo atteggiamento, dal timore per una ritorsione sulle gerarchie ecclesiastiche locali alla volontà di difendere il più possibile Roma da eventuali rappresaglie, ma si concentra in particolare sul fattore per lui più rilevante a spiegare l'atteggiamento pontificio. Fin quando apparve probabile la vittoria tedesca o almeno il raggiungimento di una pace di compromesso, il Terzo Reich e i regimi autoritari di orientamento cattolico sorti nell'Europa centro-orientale avrebbero costituito un sistema di potenze in grado di sconfiggere il regime sovietico o almeno di contrapporsi alla sua spinta espansiva; in tale prospettiva, il personale della Curia più vicino a Pio XII condivise col papa la scelta di evitare uno scontro frontale con governi che avrebbero costituito un importante punto nella difesa dell'occidente dalla sua più grave minaccia.
Il contributo maggiore dello studio di Phayer è proprio la proposta di interpretare la documentazione disponibile favorendo sull'approccio etico-umanitario, che sarebbe divenuto un cardine nella valutazione dei crimini di guerra solo a partire dal 1945, un approccio geopolitico più aderente alle preoccupazioni e ai problemi che effettivamente avevano maggiore importanza per le gerarchie vaticane. L'autore ricostruisce (pur in modo molto sintetico e soffermandosi sulle prese di posizione pubbliche, senza scavi archivistici ulteriori) l'evoluzione dell'atteggiamento ecclesiastico nei confronti prima delle idee del socialismo marxista, poi del comunismo così come si andava realizzando nell'URSS dal 1917. La sua conclusione è che il papato fosse arrivato allo scoppio della Seconda guerra mondiale con una visione della situazione mondiale fortemente influenzata dalla paura per l'espansione comunista, fenomeno su cui i vertici del cattolicesimo avevano riflettuto seriamente di fronte a gravi episodi come la guerra di Spagna e l'adozione di una legislazione anticlericale nella repubblica messicana, e che proprio alla fine degli anni Trenta era stato definitivamente condannato in sede dottrinale dalla Divini Redemptoris. L'anticomunismo, insomma, è indicato giustamente dall'autore come asse centrale dell'atteggiamento della Santa sede nella politica internazionale tra gli anni Trenta e Quaranta, e proprio su questa base Phayer individua una sostanziale continuità nella politica vaticana tra gli anni della guerra e il periodo che, immediatamente dopo il 1945, vide l'origine della guerra fredda.
Nella seconda parte del saggio sono raccolte numerose evidenze documentarie che dovrebbero provare il diretto coinvolgimento della Curia e dello stesso pontefice nell'organizzazione delle vie di fuga dei criminali di guerra nazisti e Ustaša verso il Sudamerica. L'azione di salvataggio che tra 1945 e 1950 vide impegnati numerosi religiosi di stanza a Roma, in particolare tedeschi e croati, non è descritta come un insieme di casi isolati che si sarebbero sviluppati nell'ambito delle strutture di assistenza ai rifugiati all'insaputa dei vertici della gerarchia. Nella ricostruzione offerta da Phayer, anzi, essa appare un'operazione organizzata dai vertici vaticani, che ancor prima della fine della guerra si erano impegnati per garantirsi una solida presenza economico-finanziaria in America latina, al fine di salvare la vita e la libertà di alcuni sicuri combattenti dell'anticomunismo, in un periodo in cui l'ostilità degli Stati Uniti verso l'URSS non era ancora esplosa come sarebbe avvenuto con l'inizio del 1947.
Mettendo in evidenza le sostanziali divergenze dell'anticomunismo di Pio XII da quello promosso dall'amministrazione Harry S. Truman dopo l'esplosione della guerra fredda, Phayer mostra di muoversi con sicurezza nelle più recenti e accreditate interpretazioni dei rapporti postbellici tra Santa sede e Washington (si veda P. C. Kent, The Lonely Cold War of Pope Pius XII: The Roman Catholic Church and the Division of Europe, 1943-1950 [2002]). Tuttavia, la proposta interpretativa sul ruolo della Curia nello sviluppo delle "ratlines" per i criminali di guerra appare fragile; gli indizi presi in considerazione da Phayer non sono ancora sostenuti da evidenze documentarie solide, e le sue ipotesi potranno essere confermate o smentite solo da un confronto con le carte degli Archivi vaticani finora inaccessibili.
A parte quest'ultima osservazione, il lavoro qui presentato appare un buon contributo alla conoscenza della chiesa di Pio XII, e offre spunti meritevoli di ulteriore approfondimento. Un unico dubbio riguarda alcuni limiti nel riferimento alla storiografia non anglosassone. L'esempio più rilevante riguarda proprio I dilemmi e i silenzi di Pio XII di Miccoli, che è stato peraltro tradotto in diverse lingue, e che non è mai preso in considerazione. La mancanza di questi riferimenti classici, soprattutto per quanto riguarda gli studi basati sul materiale degli archivi tedeschi, è comunque compensata ampiamente da una sicura conoscenza degli studi più recenti.
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Citation:
Andrea Mariuzzo. Review of Phayer, Michael, Pius XII, the Holocaust and the Cold War.
H-Italy, H-Net Reviews.
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